Gli italiani devono fare i conti con il taglio delle pensioni. L’ufficialità è arrivata, c’è stata la conferma della legittimità della riduzione degli assegni.
La Corte Costituzionale ha preso una decisione che ha indispettito i sindacati. Questi non reputano giusto il taglio degli assegni pensionistici considerato legittimo con la rivalutazione. Scendiamo nei dettagli.

Facciamo un passo indietro nel tempo di pochissimi anni, nel biennio 2022/2023. Il contesto nazionale e internazionale era drammatico. Neanche il tempo di uscire fuori da una pandemia mondiale che ha stravolto le nostre vite che si siamo trovati con una guerra vicinissima con conseguenze devastanti sul piano umano ma anche politico ed economico. Un biennio che ha visto il costo della vita aumentare raggiungendo livelli inaspettati.
Con un’inflazione del genere la povertà è dilagata e le difficoltà hanno preso il sopravvento. Il Governo con poche risorse a disposizione ha cercato di aiutare mettendo in atto degli interventi più o meno efficaci. Come un moderno Robin Hood ha tolto ai più ricchi per garantire maggiore supporto ai più poveri. Ecco perché la rivalutazione delle pensioni in quegli anni è stata parziale per alcune categorie di cittadini, coloro con i redditi più alti. Ebbene, una sentenza della Corte di Cassazione ha definito legittimo quel modo di agire del Governo ponendo fine ad una spinosa questione.
Ricorsi respinti, taglio delle pensioni legittimo
I ricorsi contro il meccanismo di congelamento della rivalutazione automatica delle pensioni più alte introdotto dalla Legge di Bilancio 2023 sono stati respinti. La Corte di Cassazione ha ritenuta legittima la decisione del Governo perché coerente con la finalità di politica economica volta a supportare i cittadini con redditi bassi gravati da un elevato costo della vita.

La strategia del Governo in quegli anni è stata di ridurre in modo progressivo l’indicizzazione all’inflazione per gli assegni pensionistici superiori a quattro volte il minimo ossia 2.101 euro al mese. Così facendo lo Stato ha risparmiato circa 37 miliardi di euro in due anni. Soldi che avrebbe dovuto restituire qualora la sentenza fosse stata un’altra. Il fine di aiutare le fasce più basse della popolazione ad affrontare le tremende conseguenze dell’inflazione, dunque, ha giustificato la progressività della rivalutazione che, ricordiamo, risultava distribuita così
- 100% per le pensioni fino a 4 volte il minimo,
- 85% tra 4 e 5 volte il minimo,
- 53% tra 5 e 6 volte il minimo,
- 47% tra 6 e 8 volte il minimo,
- 37% tra 8 e 10 volte il minimo,
- 32% oltre 10 volte il minimo.
Oggi la situazione è ben diversa. Il sistema è tornato quello precedente alla Manovra e abbiamo solo tre fasce.
- 100% fino a 4 volte il minimo,
- 90% tra 4 e 5 volte il minimo,
- 75% oltre 5 volte il minimo.
Ricordiamo che nel 2025 la rivalutazione piena è dello 0,8%. Una percentuale molto bassa legata alla riduzione dell’inflazione nel corso del 2024. Si tratta di pochi euro in più sugli assegni pensionistici, importi irrisori per chi percepisce una pensione bassa. Solo per le pensioni minimi l’aumento è nel 2025 del 2,2% che fa toccare quota 616,67 euro mensili.